C e s i . C è

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Le grotte “ventose” di Cesi, con le loro correnti d’aria fredda capaci di soffiare dalla montagna nei mesi estivi, non hanno affascinato soltanto viaggiatori e geografi.

Nel tempo, questo fenomeno naturale ha attirato anche l’attenzione di studiosi illustri, talvolta senza che questi avessero mai messo piede in Umbria. Tra loro compare un nome che sorprende: Immanuel Kant.
Il celebre filosofo tedesco, noto soprattutto per le sue opere di metafisica e filosofia morale, nutriva interessi che spaziavano ben oltre la speculazione teorica. Nel 1802 venne pubblicata infatti una sua opera scientifica, la “Geografia Fisica”, che raccoglie osservazioni e descrizioni di fenomeni naturali allora ritenuti degni di nota.

Nel volume IV, il capitolo 8 porta un titolo emblematico: “Antri di vento”. E in un capitolo simile non poteva mancare il “Monte Eolo” di Cesi, ormai diventato quasi un caso di studio europeo. Kant riprende le descrizioni già riportate da autori precedenti, in particolare Athanasius Kircher e l’English Gentleman, e ne riporta anche l’interpretazione: i venti freddi che escono d’estate e l’aria che viene risucchiata in inverno sarebbero il risultato di una rottura dell’equilibrio termico tra interno ed esterno della montagna.

Un’ipotesi che, pur basata su osservazioni indirette, anticipa in modo sorprendente alcuni concetti della moderna meteorologia ipogea: il comportamento dell’aria nelle cavità sotterranee come risposta alle differenze di temperatura e pressione tra ambiente esterno e interno.

Eppure, dopo la fine del XVIII secolo, il nome di Cesi sembra lentamente scomparire dalle guide turistiche. Il borgo e le sue grotte perdono visibilità nei circuiti del viaggio culturale europeo, anche se continuano a essere citati in numerosi testi di geografia, scritti da studiosi italiani e stranieri. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non emergono informazioni nuove: spesso si tratta di ripetizioni, o addirittura di veri e propri “copia e incolla” tra autori, senza aggiunte significative rispetto a quanto già riportato nel secolo precedente.

Ma a metà Ottocento, un testimone inatteso riporta Cesi al centro di un racconto sorprendente, più simile a un’avventura speleologica che a una cronaca religiosa. Si tratta di Monsignor Vincenzo Tizzani, vescovo di Terni tra il 1843 e il 1847.

Nella sua opera “Una gita al Santuario di Loreto”, pubblicata circa quarant’anni dopo, Tizzani racconta di essere passato per Terni e di essere stato travolto dai ricordi legati al periodo trascorso in città. Tra questi, uno in particolare spicca per originalità: la scoperta di una grotta a Cesi, nelle cantine della casa del canonico Carlo Stocchi.
Il vescovo descrive con precisione ciò che vide: un’apertura sotto un masso calcareo, lunga circa un metro e mezzo e alta poco più di cinquanta centimetri, dalla quale usciva una corrente d’aria intermittente.
“Vidi un’apertura sotto un masso calcareo lungo un metro e mezzo ed alto cinquanta centimetri e più. Di colà usciva una corrente non continua”, scrive.

Spinto dalla curiosità, Tizzani si adopera per liberare il passaggio e riesce a inoltrarsi in un cunicolo. Il racconto assume toni sempre più evocativi: dopo aver avanzato nel sottosuolo, arriva in una grotta concrezionata, ricca di formazioni minerali. Ma al centro dell’ambiente sotterraneo scopre qualcosa di ancora più inquietante e affascinante: un “cupo abisso”.

Per misurarne la profondità, Tizzani utilizza un metodo semplice ma efficace: getta una pietra e ascolta. Il rumore del rimbalzo dura per alcuni secondi, segno di una cavità profonda. Un sistema rudimentale, ma sorprendentemente simile a quello ancora oggi impiegato dagli speleologi per una prima valutazione degli inghiottitoi e dei pozzi naturali.

Il caso di Monsignor Tizzani rappresenta una delle testimonianze più vivide e dirette dell’Ottocento sulle grotte di Cesi: non un semplice riferimento bibliografico, ma un vero racconto sul campo, fatto di esplorazione, tentativi, osservazioni e stupore.

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