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Tra il XVIII e il XIX secolo, l’Italia divenne la meta privilegiata del cosiddetto Grand Tour: un lungo viaggio di formazione culturale che coinvolgeva aristocratici, studiosi e giovani rampolli europei desiderosi di conoscere dal vivo l’arte, la storia e i paesaggi della penisola. I diari di questi viaggiatori, spesso trasformati in libri e guide per altri esploratori, raccontano non solo le grandi città e i monumenti celebri, ma anche curiosità naturali capaci di stupire l’immaginazione.

Tra queste meraviglie rientra anche la zona di Cesi, piccolo borgo umbro alle porte di Terni, incastonato sulle pendici dei Monti Martani. Qui, infatti, si trova un fenomeno che da secoli affascina abitanti e visitatori: dalle fessure e dalle cavità del massiccio calcareo escono correnti d’aria fredda, particolarmente intense durante l’estate.
Nemmeno i grandi nomi della letteratura di viaggio ignorarono questa particolarità. Johann Wolfgang Goethe, nel suo celebre Viaggio in Italia (1786), annota semplicemente che le montagne intorno a Terni sono tutte di calcare. Ma altri viaggiatori, già prima di lui, avevano osservato e descritto con maggiore attenzione quel curioso “respiro” della montagna.

Una delle testimonianze più interessanti arriva dal 1687, quando il precettore francese Maximilien Misson attraversò l’Italia insieme al suo allievo. Dal viaggio nacque un’opera destinata a diventare celebre: Voyage d’Italie, un libro ricco di osservazioni che mescola cronaca, curiosità e dettagli sulla vita quotidiana dei luoghi visitati.
Misson parla apertamente di un “Monte Eolo”, collocato vicino al piccolo centro di Cesi, a otto miglia da Terni, dove - scrive - è possibile osservare “una cosa molto singolare”. Dal monte, attraverso “buchi e fessure”, soffiano continuamente venti freddi, soprattutto nei mesi estivi. Un fenomeno che doveva apparire quasi soprannaturale agli occhi di un viaggiatore del Seicento.


Ma ciò che colpisce maggiormente Misson non è soltanto l’esistenza di queste correnti d’aria, bensì l’ingegnosità con cui gli abitanti del borgo le sfruttavano. Nel suo racconto, infatti, descrive come i cesani convogliassero l’aria fredda con dei tubi fino alle cantine e persino dentro le abitazioni, utilizzandola per rinfrescare il vino e per trovare sollievo durante le giornate più torride.
Secondo il viaggiatore francese, gli abitanti potevano addirittura regolare la quantità di fresco desiderata, aprendo o chiudendo i tubi a seconda delle necessità: una sorta di climatizzazione naturale ante litteram, sorprendentemente moderna per l’epoca.

Le parole di Misson, tradotte, restituiscono tutto lo stupore del tempo:
“Vorrei che comprendeste anche quello (il viaggio) a Monte Eolo: si trova vicino al piccolo villaggio di Cesi a otto miglia da Terni; si vede là una cosa molto singolare. Dai buchi e dalle fessure della montagna escono continuamente venti freddi, soprattutto in estate. Gli abitanti di Cesi li convogliano con dei tubi verso le loro cantine e case, per rinfrescare i vini e loro stessi, quando è caldo. Loro aprono più o meno il tubo e prendono il fresco che vogliono.”

Oggi queste descrizioni non sono soltanto un frammento di letteratura di viaggio: rappresentano una preziosa testimonianza storica che conferma come il fenomeno delle “bocche soffianti” fosse noto e sfruttato già secoli fa. E mostrano come, ben prima della scienza moderna e delle strumentazioni di monitoraggio, la montagna di Cesi fosse già considerata un luogo fuori dal comune, capace di attirare l’attenzione dei viaggiatori europei e di trasformare un semplice borgo umbro in una tappa curiosa e memorabile del Grand Tour.

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