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Siamo tutti figli della bellezza del Cantico di frate Sole.
Composto tra il 1224 e il 1226, quel testo è considerato la pietra miliare della letteratura italiana e l'essenza del francescanesimo. Eppure, la storia della spiritualità sembra aver custodito per secoli un segreto tra le mura silenziose dell’Eremita di Cesi, al confine con Portaria.
Non tutti sanno, infatti, che il dialogo tra Francesco e il Creato non iniziò nei suoi ultimi anni di vita, ma risale al 1213 quello che i ricercatori chiamano il "Primo Cantico", un’opera manu propria dal Santo proprio in questo angolo sperduto dell'Umbria.
Una tavoletta di umiltà e arte
A differenza del testo volgare che studiamo sui banchi di scuola, questo primo componimento fu scritto su una tavoletta lignea. La tavola era un’esplosione di iconografia primordiale, decorata con figure di Creature, Angeli, Putti, Uccelli e Alberi.
Il linguaggio scelto rifletteva l'uomo del tempo e la sua missione: un latino semplice, a tratti incerto, lontano dalla perfezione dei chierici ma vibrante di una fede che cercava ancora le parole per esprimersi. Se il Cantico del 1224 è il testamento di un uomo prossimo alla fine, quello del 1213 è il grido di gioia di un frate nel pieno della sua rivoluzione spirituale.
Il legame profondo con il territorio
L'Eremita di Cesi non è uno sfondo casuale. Arroccato sui Monti Martani, questo luogo di isolamento e preghiera offrì a Francesco il silenzio necessario per osservare la natura non come oggetto di studio, ma come sorella.
Riscoprire il Cantico del 1213 significa comprendere che la lode alle "creature" non fu un’intuizione improvvisa della vecchiaia, ma un seme piantato nel fango e nella roccia di Cesi decenni prima. In un'epoca che cerca disperatamente un nuovo equilibrio con l'ambiente, questo "prototipo" ligneo ci ricorda che l'ecologia di Francesco nasceva da un contatto fisico, quasi tattile, con la materia e l'arte.
Oggi, mentre il mondo celebra il Francesco d'Assisi "ufficiale", le pietre dell'Eremita continuano a sussurrare la storia di quella tavoletta, testimonianza di una santità che ha saputo farsi disegno e parola tra le querce dell'Umbria.